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CORSO DI STORIA DELL’ARCHITETTURA SICILIANA

ARCHITETTURA ROMANA IN SICILIA

La lezione interessa gli aspetti generali che riguardano questa fase storica della Sicilia, con particolare riferimento ai monumenti di Catania e al territorio della provincia di Catania.

L'età romana inizia in Sicilia nella metà del III secolo a.C. L'ultima città siciliana che cade sotto il governo romano dopo aver opposto fiera resistenza è Siracusa.

Catania non resiste all'assedio romano, intorno al 268-263 si dichiara città alleata, e quindi evita tutte le azioni di rappresaglia e le violenze che invece ebbe a subire Siracusa.

Comunque alla fine del III secolo tutta la Sicilia è sotto il dominio di Roma ed è denominata "provincia".

Il sistema giuridico delle province è quello che Roma adotterà a partire da questa data in tutte le rimanenti parti del Mediterraneo che andrà via via a conquistare.

Sarà quindi creata la provincia spagnola, quella gallica, quella d'Africa, fino a coprire il mondo finora conosciuto che ricade tutto sotto l'egida romana.

Le città greche che esistevano nella parte orientale dell'isola (colonie dirette, come Naxos, Catania, Siracusa, Lentini, Megara, Gela, Agrigento e le sub-colonie Selinunte ed Imera) perdono definitiva-mente la loro indipendenza.

Alcune di esse erano già finite per le lotte intestine che hanno sempre contraddistinto la politica greca, dominata dai contrasti tra le singole città-stato.

La Sicilia non ha più bisogno di avere città fortificate, non ci sono nemici al di fuori della città perché tutto il territorio è sotto un unico controllo militare, che è quello di Roma.

Roma non modifica le città che trova; Catania esisteva già dalla fine dell'VIII secolo e aveva subito un processo di importante trasformazione urbanistica alla fine del V e gli inizi del IV secolo, quando era stata travolta dalla dominazione siracusana.

In quella occasione la città aveva avuto un nuovo impianto urbano con una nuova sistemazione degli spazi destinati alle funzioni pubbliche e quelli occupati dagli edifici privati.

Questa è la città dell'età dionigiana che i romani trovano e che sostanzialmente mantengono.

Modificano solo alcune cose: introducono grandi monumenti, grandi edifici pubblici, che sono il segno tangibile del nuovo potere che si è stabilizzato; altri edifici vengono ingranditi, o resi più imponenti e monumentali, altri vengono definitiva-mente distrutti.

E' una situazione che si verifica in quasi tutte le città, ma uno degli aspetti più importanti della dominazione romana è dato dall'ordinamento del territorio.

Il territorio siciliano è noto per essere stato particolarmente ambito da Roma, perché fertilissimo e ricco di boschi e foreste: era il granaio di Roma, perché tutta la parte collinare o pianeggiante interna lungo le grandi valli dei fiumi era coltivato a grano, e perché l'Etna, fino alle più basse pendici, le propaggini che ora sono i nostri quartieri di ampliamento, come Barriera del Bosco e Canalicchio, erano appunto ricoperte da boschi.

In particolare, proprio Barriera conserva questo nome perché ancora fino a qualche secolo fa, i boschi arrivavano a questa zona della città.

Ricordate anche l'episodio per cui, in occasione di una delle battaglie più cruente tra Roma e Cartagine, la battaglia navale di Milazzo, il condottiero Caio Duilio riuscì ad aumentare molto velocemente il numero delle navi che costituivano la sua flotta, utilizzando il legno che fece recuperare immediata-mente sull'Etna.

Il territorio era omogeneamente controllato da Roma, ma bisognava fare in modo che tutte le zone dell'isola fossero messe in comunicazione l'una con l'altra, attraverso delle strade ampie, sicure, facilmente percorribili dai militari che dovevano periodicamente andare a ritirare le tasse, cioè le decime, la decima parte del raccolto, o il corrispondente in denaro.

Allora si inizia questo processo di creazione di strade pubbliche, che già Roma aveva sperimentato nell'Italia centrale e meridionale, mettendo in collegamento per esempio Roma con Brindisi o con Napoli.

La Sicilia venne dotata di una lunga strada, quasi un'autostrada, che da Messina arrivava fino a Siracusa, passando per Catania, la via Pompeia, e una strada che da Messina seguiva la costa nord, la via Cornelia, dai nomi dei funzionari preposti alla costruzione della strada o che hanno voluto che essa si realizzasse.

Da Catania poi partiva una strada che andava ad Agrigento, un'altra che andava a Termini Imerese e un'altra che attraversava il Simeto e portava alle zone più interne, proprio per poter trasferire il grano che era ampiamente coltivato in questa fertilissima valle del Simeto, oggi piana di Catania, in antico detta "campi leontinesi", perché era il territorio della colonia greca di Lentini.

Queste strade sono segnate in carte e sono rimaste attraverso documenti medievali conservati nelle grandi raccolte di archivi europei. In particolare, una di queste si chiama Tabula Poitingheriana, da Poitingher, che è il nome del funzionario che era preposto alla Biblioteca di Vienna, dove fu portata durante il periodo austro-ungarico dell'impero.

In questa carta l'Italia è rappresentata in orizzontale con dei simboli come le nostre carte geografiche, castelli, case, templi, ad indicare le varie posizioni delle città principali, e delle città o dei centri intermedi tra una città e l'altra.

Una guida scritta è invece l'Itinerarium Antonini, dal nome di uno degli imperatori della famiglia degli Antonini, in cui sono descritti appunto gli itinerari per raggiungere le varie città, ed indicate le mansiones intermedie, cioè le stazioni di posta per il cambio dei cavalli o le locande.

Questa guida stradale viene aggiornata nel IV secolo, con l'aggiunta di altri centri che nella prima stesura non esistevano.

Con la fine dell'Impero Romano d'Occidente, che noi riferiamo all'uccisione dell'ultimo giovane imperatore Romolo Augusto, la Sicilia rimane nell'orbita del potere di Bisanzio, perché l'Impero Romano d'Oriente continua ad esistere.

La differenza tra i due imperi si era già generata dopo la dominazione di Costantino, quando si erano chiaramente separate le due grandi aree di governo, quella orientale e quella occidentale.

L'impero di Bisanzio continua a sopravvivere per molti anni ancora e garantisce una sorta di continuità politico-amministrativa a tutta l'area del Mediterraneo che rimane sotto il suo governo, alla penisola balcanica, parte della costa dell'Egeo e alla Turchia.

Invece con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente si assiste al disgregarsi della compagine politica e amministrativa dell'Occidente, resa ancor più violenta dall'arrivo delle orde di popolazioni barbariche che vanno scendendo in queste ricchissime regioni ed hanno vittoria facile, dato il livello di degrado politico e morale delle istituzioni pubbliche che erano avvenute.

Anche la Sicilia , tra il quinto e il sesto secolo subisce l'arrivo di Goti e Visigoti che mettono a ferro e fuoco splendide città. Non c'è più un riferimento importante ed univoco che amministri la giustizia e comandi le forze militari, le popolazioni sono fortemente terrorizzate, anche dall'arrivo di pirati dalla parte del mare, quindi si assiste all'arretrare di queste popolazioni nelle zone interne ed impervie, l'usare come case di abitazione le grotte che erano state tombe nell'età preistorica, gli anfratti, i fondi valle delle zone più irraggiungibili o al di sopra di alture arroccate, dove è più facile difendersi.

Per descrivere il periodo romano attraverso i documenti materiali, cioè i resti archeologici, si deve fare riferimento alle opere di viabilità realizzate.

Nel concetto amministrativo di Roma la via pubblica è tale quando deve attraversare i fiumi, o come via di percorrenza o agganciata ad un acquedotto che presenta sulle arcate, oltre il condotto dell'acqua, un tratto percorribile da carri e cavalli. Spesso acquedotti e ponti camminano insieme, o l'acquedotto comprende anche una carreggiata.

Dalla Catania romana, come sede del governo romano di Sicilia, si doveva poter raggiungere l'interno e quindi attraversare con ponti il Simeto.

Uno di questi sorgeva nel territorio comunale di Centuripe, provincia di Enna, i cui resti sono stati rappresentati da tutti i viaggiatori del ‘700, crollato in parte nell'acqua.

Nella parte ovest del territorio comunale di Paternò, tra la sponda coltivata ad agrumeti e la sponda opposta che è scoscesa, nella zona di monte Castellaccio, Pietralunga, alcuni anni fa sono stati rintracciati i resti di un imponente ponte, segnalato proprio dai volontari di SiciliAntica, ancor prima che esistesse l'Associazione.

Era visibile la parte sommitale, con del pietrame molto ben connesso.

A scavo effettuato si scoprì una struttura con un'opera di rivestimento in blocchi bugnati, con gli speroni avanzati sulle ali. Per la tecnica costruttiva questo ponte è da riferire alla prima età imperiale e si confronta con edifici del I secolo e della prima metà del II secolo d.C., ma sicuramente la scelta del luogo non fu felice: il pilone centrale del ponte crollò, e si trova tuttora sul letto del fiume. Proprio in questa zona il Simeto arriva con grande impeto.

Un altro attraversamento avveniva ancora più verso mare, nel territorio di Belpasso, nella zona di Sigonella.

Qui è stato ritrovato un pilone, che si trova adesso in aperta campagna, poiché in questo tratto il fiume presenta un andamento più scorrevole e la parte di scorrimento dell'acqua si è molto allargata.

I Romani sono stati giudicati negativamente come artisti: non ci sono stati architetti e scultori che possono reggere il confronto con quelli greci, che hanno inventato forme architettoniche o scultoree di grande originalità, ma sono stati senz'altro grandissimi ingegneri che hanno avuto grande attenzione per le opere di pubblica utilità, proprio perché il sistema governativo romano era tale da dover assicurare pace all'impero e controllo di tutte le popolazioni.

Tra le opere di pubblica utilità, le prime che i romani fecero proprio a Roma furono gli acquedotti, in quanto la distribuzione dell'acqua, dalle sue sorgenti alla città, era un fatto di primaria importanza.

Gli acquedotti sono opere molto complesse, camminano normalmente su arcate che sostengono il condotto dell'acqua vera e propria.

Una testimonianza molto importante di acquedotto romano che ha la sua origine a S. Maria di Licodia dove, nell'attuale piazza Marconi, fino a non molto tempo fa era visibile la Botte dell'Acqua, cioè l'incastellamento dove veniva riordinata la sorgiva, che da questo punto veniva distribuita, incanalata, fino a raggiungere Catania.

L'arrivo di questo acquedotto a Catania rimane ormai solo nella toponomastica locale come la Via Botte dell'Acqua, dietro ai Benedettini, ma Biscari alla fine del ‘700 individuò la presenza di un grandissimo Ninfeo, che monumentalizzava appunto l'arrivo dell'acqua in città.

Di questo acquedotto si conoscono tutti i tratti rimasti, che sono indicati in una planimetria.

Potrebbero esserci dei tratti secondari non ancora individuati: proprio di recente nel paese di Misterbianco, in occasione della demolizione di una vecchia casa è stato individuato un altro tratto dell'acquedotto, probabilmente la derivazione del ramo principale che doveva portare l'acqua alle Terme.

Il complesso termale è uno degli edifici pubblici del mondo romano, fatto a beneficio della città, in quanto non tutte le case erano dotate di bagni privati, anzi solo le grandi ville, le domus più ricche, avevano dei bagni personali.

I bagni pubblici sono quei luoghi in cui i romani andavano, uomini e donne in diversi orari, o negli stessi orari se gli ambienti erano separati, pagando se erano gestiti da privati, o entrando gratuitamente se erano delle terme imperiali.

Spesso ci si intratteneva a lungo in questi luoghi, perché oltre ad andare lì per lavarsi si poteva anche fare palestra, avere a disposizione una biblioteca, conversare di politica o di filosofia.

Esistono anche le terme con un'altra funzione, più simile a quella che intendiamo noi oggi, cioè dei luoghi in cui ci si cura, perché le acque utilizzate hanno funzioni terapeutiche.

Queste terme in genere si trovano fuori città, nel luogo in cui c'è la sorgente dell'acqua curativa; vicino alla terma si può impiantare un insediamento, che serve ad ospitare il personale che regola il complesso funzionamento delle terme stesse.

Nel caso di Santa Venera al Pozzo, nel comune di Acicatena, le terme si trovano in una mansio , cioè in una di quelle stazioni di posta esistenti lungo le strade di grande percorrenza.

Le camere rettangolari che costituiscono l'edificio termale di Santa Venera al Pozzo sono due calidarium uguali come dimensioni, forse destinati uno alle donne ed uno agli uomini, perché l'impianto aveva una funzione esclusivamente curativa.

Invece le Terme utilizzate come bagni pubblici sono composte da ambienti diversi, ognuno dei quali assolve a funzioni diverse.

L'ingresso era un ambiente con solo vapore caldo; poi si passava al calidarium, che era una stanza non molto grande, piuttosto buia, con delle vasche di acqua calda.

Passando al tepidarium, che era una sala in cui l'acqua era già tiepida, perché si allontanava dalla fonte da cui era riscaldata; nell'ultima sala, il frigidarium, si trovava una piscina d'acqua fredda. Questa sala era la più bella, riccamente decorata, aveva pareti di marmo.

Qui si facevano massaggi, si conversava.

L'edificio pubblico che dà maggiormente il segno del potere di Roma è l'Anfiteatro.

L'anfiteatro ha una forma molto bella, complessa, difficile da realizzare, ed è stato destinato ad uno spettacolo ignobile.

Dal Cristianesimo in poi lo ricordiamo come luogo di martirio dei cristiani; ma le prime vittime degli anfiteatri furono i prigionieri che appartenevano a famiglie nobili che i romani conquistavano.

Se erano prestanti, con grande capacità fisica, abili nell'arte del combattimento, diventavano gladiatori, e venivano utilizzati per farne oggetto di spettacolo, fino alla loro morte.

Il nostro anfiteatro ha questa sistemazione dagli inizi del secolo, quando era sindaco De Felice; si estende nel sottosuolo del centro storico di Catania: la parte visibile da piazza Stesicoro rappresenta la decima parte dell'arena.

La villa del principe di Cerami, adibita a sede della facoltà di giurisprudenza, presenta un giardino pensile prospiciente ed in certi punti sopra le arcate dell'anfiteatro.

Negli anni '60 una grande palma del giardino ha perforato con le sue radici la volta stessa, precipitando all'interno dell'anfiteatro e trascinando nel buco parte della terra del giardino.

Rimuovendo la terra, i muri che chiudevano il giardino su via del Colosseo, rimasti liberi, furono smontati.

Poco tempo fa questa sistemazione ha dato problemi di stabilità a Villa Cerami; per consolidarla si è deciso di ripristinare il giardino, ricostruendo i muri di contenimento, poggiati sull'anfiteatro, che aveva nel ‘700.

L'Anfiteatro presenta un alto podio, perché nell'arena i combattimenti erano cruenti, quindi per motivi di sicurezza gli spettatori dovevano stare ben separati dallo spazio destinato alla lotta.

Il Colosseo di Roma presenta, al di sotto dell'arena, una serie di ambienti, le segrete, in cui venivano tenuti gli animali e i gladiatori in attesa di combattere.

A Catania l'arena è direttamente poggiata sul terreno lavico; esistono però degli ambienti individuati agli inizi del secolo dentro il Santo Carcere e vincolati da Paolo Orsi che potrebbero essere i locali di servizio dell'anfiteatro.

L'anfiteatro dal lato di via Anfiteatro conserva due ordini: fu un'opera pubblica di grande importanza, costruita per volontà imperiale espropriando e demolendo case private.

Dentro il cortile di palazzo Tezzano sono stati rinvenuti i resti di una casa posti ad una quota leggermente più bassa dell'arena dell'anfiteatro, con un allineamento tangente al secondo corridoio, che è stata sicuramente demolita per costruire il muro di tale corridoio.

L'altro edificio pubblico che i romani trovarono e modificarono fu il teatro, edificio greco per eccellenza perché vi si rappresentano tragedie e commedie, opere letterarie che i romani non sono in grado di apprezzare e continuare come genere.

Gli argomenti importanti per Roma non erano discutibili in teatro, quindi in teatro si finì per rappresentare solo commedie, possibilmente divertenti, quasi un teatro dialettale.

Il teatro di Catania è adesso in fase di completamento dei lavori di recupero di alcune zone liberate con l'esproprio dalle case che vi sorgono sopra e di sistemazione degli ambienti di ingresso e biglietteria.

Alle spalle del Teatro vi sono le Terme della Rotonda.

I due edifici, teatro e terme, si trovano spesso vicini; le rappresentazioni teatrali duravano settimane, perché fatte in concomitanza con le feste pubbliche, in onore di Cerere, per la raccolta del grano, o di Dioniso, per la vendemmia, e richiamavano moltissima gente anche dai paesi intorno, ed era utile avere nei pressi del teatro i bagni pubblici.

Dall'età bizantina in poi il calidarium è stato trasformato in luogo di culto cristiano, la chiesa dedicata a Santa Maria della Rotonda.

L'edificio è stato ulteriormente trasformato in età federiciana, quando è stato dotato di un muro che lo chiude, quasi una cuba, smerlata in sommità.

Durante i bombardamenti aerei del 1943 fu colpita la chiesa di Santa Maria della Cava, che si trovava di fronte alla Rotonda e anche quest'ultima subì grossi danni, per cui si decise di togliere tutte le decorazioni barocche all'interno della chiesa e mettere in luce la struttura romana.

A piazza Dante si trovano i resti di un'altra therma, legata ad un grande complesso di età romana rinvenuto all'interno del convento benedettino.

In quest'area la città aveva i grandi quartieri di abitazione privata, mentre in età greca, probabilmente, nella parte alta c'era l'acropoli.

I quartieri individuati sono stati costruiti negli ultimi anni dell'indipendenza greca, cioè nella metà del III secolo a.C., e poi sono rimasti in uso almeno fino al I secolo d.C. .

Il pavimento è in tessere bianche su conglomerato rosso, che si chiama opera signina, di tradizione ellenistica, così come i muri che risultano affrescati con tre strati sovrapposti, ciascuno datante l'uso della stessa casa da diversi proprietari o per un desiderio di qualificare la casa decorandola e abbellendola secondo un gusto nuovo.

L'area di abitazione continua a permanere fino al I secolo, come indica anche un'altra costruzione, con caratteristiche di domus, cioè di casa signorile, con pareti affrescate con gli stili dominanti a Pompei, con un gusto romano, e pavimenti in mosaico a motivi geometrici bianco e nero, utilizzati a tappeto continuo e con tanta raffinatezza come nelle ville o signorili dell'età adrianea.

In epoca successiva, fra la fine del II e l'inizio del III secolo, a queste si aggiungono delle altre case, individuate sotto il braccio del corridoio dell'Orologio, che separa il primo dal secondo chiostro dei Benedettini, di cui resta il pavimento realizzato con un mosaico policromo e figurato.

Queste abitazioni erano costruite con una struttura muraria meno solida di quella dell'anfiteatro, rifinite poi con la stesa di uno strato di malta, uno di intonaco e lo strato finale di tonachina, che veniva dipinta fresca, ad affresco, in modo tale che il colore penetrasse nella composizione chimica del materiale e diventasse permanente.

Quindi è possibile distinguere nelle pareti le varie giornate di lavoro, perché, per quanto si cercasse di mantenere uniformità di mano o di colore, lo stacco tra una giornata e l'altra a volte è distinguibile.

La parte bassa della città era invece interessata dalla presenza del porto, di cui non è stato trovato quasi nulla, se non un muro in via Zappalà Gemelli, che fu necessario demolire per fare una conduttura fognaria. Si trattava di un grosso muro con enormi blocchi squadrati, che si pensò potesse essere relativo ad un molo.

Le Terme dell'Indirizzo hanno questo nome perché ritrovate all'interno del convento carmelitano di Santa Maria dell'Indirizzo, di cui resta la chiesa e una parte residua del convento, ormai molto trasformato da un punto di vista architettonico, con l'eliminazione di due bracci del chiostro interno e adibito a scuole.

Le terme conservano tutta la successione degli ambienti, dal calidarium al frigidarium.

La parte del calidarium conserva due ordini di altezza e un ordine di finestre e il tetto con il suo cupolino realizzato in pietra pomice e laterizi.

La parte a valle della quota di massima depressione della città vede l'esistenza delle Terme Achilleane, poste sotto il sagrato della Cattedrale.

Le terme sono attualmente allagate; sono un edificio complesso di cui si conosce soltanto una grande sala spartita da pilastri che ne creano 4 settori.

Sono tanti i viaggiatori che l'hanno rappresentata: l'immagine più conosciuta è quella disegnata da Houel.

Le terme presentano ancora sulle pareti delle decorazioni a stucchi.

A proposito delle preesistenze sotto piazza Duomo, bisogna dire che la piazza è attraversata dall'incanalamento delle acque reflue della via Etnea; inoltre, nel fare scavi davanti al Municipio venne trovata una strada, nel 1965 furono trovate case di abitazione, ma di questo non è rimasta alcuna traccia.

Per incanalare le acque del fiume Amenano che scendevano dalla via Merletta nel 1954 furono fatti scavi davanti al Palazzo dei Chierici e furono trovati muri allineati su una grande strada basolata riutilizzata nel medioevo, parallela ad un'altra che correva davanti all'attuale Municipio e che aveva, in un tratto davanti la chiesa di S. Giuseppe al Duomo, resti di un monumento vetustissimo, detto l'arco di Marcello del quale, riferisce Vito Maria Amico, non fu possibile conservare l'elevato perché nel ‘700 fu demolito, e quindi rimangono solo i due piloni di basamento.

Gli scavi fatti nel 1974-75 per fare l'ultima parte del collettore fognario fino a porta Uzeda si dovette interrompere, perché vennero alla luce altri resti consistenti: una strada medievale con un andamento leggermente curvo e un motivo a losanghe, che passa alle spalle di un edificio che fu interpretato come la Loggia , cioè il Palazzo del Senato della città, l'antico Municipio, che si trova nell'area dove adesso c'è l'elefante.

Questa strada intercettava poi la strada retta che passa davanti Palazzo dei Chierici e quella che doveva passare nell'area corrispondente alla via Vittorio Emanuele.

La strada è molto simile a quella trovata in via Crociferi, che è stata identificata come la via dei Tre Santi nell'impianto di Catania prima del terremoto, con cordonate fatte a croce di Sant'Andrea.

Su questa strada prospettano da un lato delle case con pavimenti in mattonelle esagonali, dall'altro lato un muro ben più consistente, di un edificio importante, che ha diverse fasi di costruzione e incrocia a sua volta l'altra strada basolata.

Questo edificio, in base ai dati di scavo effettuati è da riferire al 1360 e si ipotizza che la sua costruzione fu voluta dalla regina Costanza d'Aragona, per affermare un potere civile rispetto a quello del vescovo-abate che era andato in declino.

Alla morte della regina la costruzione dell'edificio fu sospesa; fu ripresa successivamente nella metà del XV secolo, ma si poté completare soltanto nel 1600.

Questa è la ricostruzione dell'impianto della città medievale, così come è rimasta fino al terremoto del 1693, in cui alcuni di questi elementi derivano dalla città classica e romana, altri sono introdotti in età medievale.

A proposito della Purità, in occasione di recenti lavori per la realizzazione di aule per la facoltà di Giurisprudenza, è venuto alla luce un tratto di muro che si è rivelato di età romana, con tre strati di intonaco, che è necessario restaurare.

Questo muro non è stato toccato dallo sbancamento, non era stato individuato prima e non era individuabile, perché si trova a 5 metri di profondità rispetto al piano di campagna.

Nella parte centrale del corpo di fabbrica è stata inoltre liberata una torre che era intonacata come il muro della palestra esistente, e che è stata riconosciuta come una torre facente parte del sistema difensivo medievale della città, da mettere in relazione con le altre.

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